L’impero ottomano

Alla metà del XIV secolo, le truppe ottomane avevano già cominciato a minacciare i confini dell’impero bizantino, molto indebolito al suo interno e isolato dall’Occidente. Esso crollò definitivamente con la presa di Costantinopoli, nel 1453, da parte dei turchi guidati da Maometto II il Conquistatore. Anche la Grecia, il cui controllo fu inizialmente conteso agli ottomani da Venezia, alla fine fu annessa al nuovo grande impero, con l’eccezione delle isole dello Ionio, rimaste alla Serenissima.
Inizialmente i greci mostrarono di preferire i nuovi signori musulmani ai veneziani o ai franchi, anche in seguito allo scisma che nel 1054 aveva diviso la cristianità in cattolici e ortodossi. Senza contare che Maometto fece molta attenzione a rispettare l’autorità del patriarcato di Costantinopoli. Ma a lungo andare la dominazione ottomana si dimostrò oppressiva e oscurantista: le tasse imposte dalle autorità della Sublime Porta erano particolarmente alte e alcune pratiche dolorose, come quella di prelevare da ogni famiglia un figlio maschio per farne un giannizzero, ovvero membro della guardia personale del sultano, o le figlie femmine per arricchire gli harem di Costantinopoli. Negli anni più bui del dominio ottomano si registrarono anche momenti di brutalita’ nei confronti della popolazione sottomessa; il greco e la religione ortodossa poterono sopravvivere in queste circostanze solo nella clandestinita’ dei monasteri.
L’impero ottomano raggiunse il suo massimo splendore sotto il sultano Suleimano il Magnifico (1520-66), che ne espanse i confini nei Balcani, in Ungheria e fino alle porte di Vienna. Nel 1570 il suo successore, Selim, invase Cipro, allora sotto il dominio veneziano, ne saccheggio’ la capitale Nicosia e massacro’ 30mila abitanti. La strage ebbe una forte eco in tutta Europa, dove cominciarono a farsi largo le prime preoccupazioni per l’aggressivita’ dell’espansionismo turco. Uno sbocco decisivo a questi timori si ebbe nel 1571 con la battaglia di Lepanto, a largo delle coste settentrionali del Peloponneso, dove la flotta ottomana fu sconfitta da quella veneziana e spagnola.
I primi segnali di decadenza dell’impero appaiono tra il XVI e il XVII secolo, quando anarchia e ribellioni si fanno endemiche. In alcune enclave si cominciarono a formare circoli indipendentisti nei quali il sogno della rivolta contro i signori musulmani prende la forma di un movimento politico organizzato. Una di queste enclave era Odessa, a testimonianza del ruolo che la Russia, paese pure ortodosso, ebbe nel minare la sopravvivenza dell’impero ottomano. Ne e’ esempio tipico Caterina di Russia (imperatrice dal 1762), che invio’ in diverse occasioni suoi agenti nel Peloponneso e in Epiro per fomentare e finanziare rivolte.

I circoli autonomisti e la guerra di indipendenza

Nel 1814 a Odessa i tre uomini d’affari Athanasios TsakalovEmmanuel Xanthos e Nikolaos Skoufas fondarono un partito indipendentista, la “Philiki Etairia”, che presto apri’ sezioni un po’ in tutta la Grecia. Allo stesso tempo le ricche famiglie greche di Costantinopoli, particolarmente prospere grazie al ruolo che nell’impero ottomano erano riuscite a mantenere nell’economia e soprattutto nei commerci, auspicavano invece una presa del potere pacifica, proveniente dall’interno. Figure eminenti tra i fanarioti – cosiddetti dal quartiere di residenza a Costantinopoli – furono Alexandros MavrokordatosAlexandros e Dimitri Ypsilantis.

Il 25 marzo del 1821 il vescovo di Patrasso Germanos isso’ la bandiera greca sul monastero di Aghias Lavras, nel Peloponneso, dando con questa sfida il segnale di inizio della guerra di indipendenza. Scontri e combattimenti scoppiarono un po’ ovunque, con violenze e massacri su ambedue i fronti. Nel giro di un anno i greci avevano preso Monemvassia, Navarino (l’odierna Pilo), Nafplion e Tripolitsa (dove vennero uccisi 12mila abitanti turchi), poi Messolonghi, Atene e Tebe. L’indipendenza greca fu proclamata a Epidauro il 13 gennaio del 1822. I turchi risposero con violenze sulle popolazioni dell’Asia Minore: nella sola isola di Chios furono massacrati 25mila civili.
Le potenze occidentali esitavano ad intervenire, temendo le conseguenze di un vuoto di potere nell’Europa sud-orientale, controllata dagli ottomani. Ma molti aiuti e sostegno vennero dai filelleni, giovani aristocratici ed intellettuali di tutta Europa, desiderosi di liberare dall’oppressione i discendenti di quella civilta’ gloriosa sui cui lasciti si fondava la loro cultura. Tra questi figuravano i nomi di Shelley, Goethe, Victor Hugo, Alfred de Musset, Santorre di Santarosa e Lord Byron, che mori’ combattendo a Missolonghi.
Tra i greci, figure di spicco del movimento furono Theodoros Kolokotronis, protagonista dell’assedio di Nafplion, Markos BotsarisGeorge Koundouriotis e l’ammiraglio Andreas Miaoulis, oltre ai gia’ citati fanarioti Mavrokordatos e Ypsilantis.
Ma la mancanza di obiettivi unitari e di strategia porto’ nel 1827 alla perdita di numerosi centri, tra cui Atene, riconquistati dai turchi. Finche’ le potenze occidentali non decisero di intervenire e la flotta russa, francese e britannica sconfisse quella ottomano-egiziana nella baia di Navarino nel 1827. Il sultano Maometto II proclamo’ allora una guerra santa, che lo trascino’ in un nuovo conflitto con la Russia. I combattimenti proseguirono fino al 1829 quando, con le truppe russe alle porte di Costantinopoli, il sultano accetto’ l’indipendenza greca firmando il Trattato di Adrianopoli.

 

PERSONAGGI CHE HANNO FATTO LA STORIA DELLA LIBERTA’ ELLENICA

Athanasios Diakos Athanasios Diakos capo dei rivoluzionari del 1821. E’ morto arrostito come un agnello il 24 Aprile 1821. Le sue origini erano di Artotina o di Musunitsa.

 

Theodoros Kolokotronis Theodoros Kolokotronis conosciuto come il “Vecchio di Moria”  nato nel 1770 a Ramovuni di Messinia, una montagna vicino ai confini di Arkadia

 

Laskarina Bubulina Mando' Mavrogenis Quando un Paese deve molto alle sue donne. Due figure fondamentali della storia ellenica: Mando’ Mavrogenis e Laskarina Bubulina

 

 

LA NASCITA DELLA NAZIONE GRECA

Nell’aprile del 1827 fu eletto primo presidente della neonata nazione ellenica Ioannis Kapodistrias, ex ministro degli Esteri dello zar Alessandro I, e la citta’ di Nafplion, nel Peoloponneso, fu scelta come capitale. Ma i modi autoritari e centralisti di Kapodistrias gli alienarono ben presto le simpatie di altri esponenti del movimento indipendentista, al punto che nel 1831 il presidente fu assassinato.
Nel periodo di anarchia che segui’ Gran Bretagna, Francia e Russia decisero di intervenire favorendo l’instaurazione di una monarchia non greca. La scelta cadde sul 17enne principe Ottone di Baviera, che arrivo’ a Nafplion nel 1833 e prese possesso di un regno che allora comprendeva il Peloponneso, la Sterea’ Ellas (Grecia continentale), le Cicladi e le Sporadi. Il nuovo re, che nel 1834 trasferi’ la capitale ad Atene, si dimostro’ ben presto autoritario almeno quanto Kapodistrias ed in piu’ irrito’ la popolazione affidando i posti chiave del governo ai rappresentanti dell’aristocrazia bavarese.
Nel 1843 una rivolta nella capitale lo costrinse a dare vita ad un’Assemblea Nazionale e ad assegnare posti di potere ai leader della Guerra di Indipendenza.
All’inizio del XX secolo si collocano le guerre balcaniche, alla fine delle quali la Grecia pote’ espandere i suoi confini territoriali annettendo la parte meridionale della Macedonia, parte della Tracia e dell’Epiro, Creta e le isole dell’Egeo nord-orientale.
Nel frattempo nel marzo del 1913 il re Giorgio fu assassinato e gli successe il figlio Costantino.

La prima guerra mondiale e la catastrofe in Asia Minore

Allo scoppio della prima guerra mondiale, nonostante il re Costantino fosse favorevole alla neutralita’, le potenze alleate (Gran Bretagna, Francia e Russia) fecero pressione sul leader politico Evanghelos Venizelos perche’ spingesse la Grecia ad unirsi a loro nel conflitto contro Germania e Turchia, in cambio di concessioni territoriali in Asia Minore. Venizelos organizzo’ un proprio governo, prima a Creta e poi a Salonicco, e scese in guerra a fianco degli Alleati, che una volta in Grecia sostituirono il re Costantino con il suo piu’ malleabile secondogenito Alessandro.
Al termine della guerra, nel 1918, Venizelos, con il consenso degli Alleati, decise di intraprendere l’avventura della riconquista di Smirne, in Asia Minore, dove la meta’ della popolazione era di origine greca. Ma nel frattempo all’inizio del secolo in Turchia si era formato un movimento filoccidentale, quello dei Giovani Turchi, che, guidato dal generale Mustafa Kemal Ataturk, si riprometteva di sostituire l’ormai obsoleto sultanato ottomano con un governo moderno e di fondare cosi’ una nuova nazione. L’arrivo delle truppe greche offri’ a Mustafa’ Kemal l’occasione di cui aveva bisogno per guadagnarsi il consenso della popolazione: i soldati di Venizelos vennero respinti, nell’indifferenza delle truppe alleate, parte della popolazione greca di Smirne massacrata e con il Trattato di Losanna, che nel 1923 pose fine alle ostilita’, molti musulmani (400mila) lasciarono la Grecia per la Turchia e lo stesso, ma in direzione inversa, dovettero fare le centinaia di migliaia di greci (1.5 milioni) che da generazioni vivevano in Asia Minore. Il Trattato di pace assegno’ la Tracia orientale, le isole di Imbros e Tenedos alla Turchia, mentre l’Italia teneva il Dodecanneso.
L’arrivo dei profughi dall’Asia Minore corrispose ad un periodo di grande instabilita’ politica interna. Nel 1920, alla morte di re Alessandro, un plebiscito rimise sul trono il padre, Costantino, successivamente deposto dal un colpo di stato militare, nel 1922, a favore del primogenito Giorgio II. Seguirono altri golpe, finche’ nel 1928 non torno’ al potere Venizelos, leader del Partito liberale, antimonarchico. Nel 1933 tuttavia perse le elezioni a favore del Partito Popolare filomonarchico, che nel 1935 favori’ il ritorno di Giorgio II. Quest’ultimo nomino’ capo del governo il generale conservatore Ioannis Metaxas che nove mesi dopo assunse poteri dittatoriali con il consenso del re e con il pretesto di prevenire un colpo di stato di repubblicani e comunisti.

La Seconda Guerra Mondiale

Il regime instaurato da Metaxas nel 1936 era una dittatura non molto dissimile da quella del Portogallo di Salazar e per altri aspetti da quella dell’Italia mussoliniana.
Ciononostante ne’ lui ne’ il re, Giorgio II, avevano intenzione di modificare i tradizionali orientamenti filobritannici della politica estera greca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, nel settembre del 1939, Metaxas cercò in tutti i modi di tenere il Paese al di fuori delle ostilità. Mussolini però aveva identificato nella Grecia l’obiettivo ideale di una campagna militare che avrebbe potuto guadagnare all’Italia un avamposto nei Balcani e forse anche la maggiore considerazione dell’alleato tedesco.

Nell’agosto del 1940 un sottomarino italiano colpì e affondò l’incrociatore greco Elli, mentre due mesi dopo, la mattina del 28 ottobre 1940, l’ambasciatore italiano ad Atene consegnò un ultimatum che Metaxas respinse all’istante. Nel giro di poche ore le truppe italiane attraversarono il confine greco-albanese e il governo di Atene fu costretto, suo malgrado, ad entrare in guerra.

L’invasione cementò lo spirito di resistenza dei greci che nel giro di pochi giorni respinsero gli italiani in territorio albanese, nonostante Metaxas avesse rifiutato l’aiuto offerto dalla Gran Bretagna pur di non provocare Hitler. Alla sua morte, nel gennaio del 1941, gli successe Alexandros Koryzis, che invece chiese e ottenne l’intervento delle truppe britanniche. Ma nel frattempo anche la Germania aveva deciso di muoversi nei Balcani e il 6 aprile del 1941 invase la Grecia, sopraffacendo rapidamente le truppe greche ed inglesi; si arrivò ad un armistizio con i vertici militari tedeschi, mentre il re e il suo governo trasferirono la resistenza a Creta.
Quando anche quest’ultima capitolò, il monarca fuggì in Medio Oriente e in Grecia si instaurò un governo collaborazionista capeggiato dal generale Tsolakoglou.
A giugno del 1941 tutto il Paese era sotto il controllo di Italia, Germania e Bulgaria. Nelle zone amministrate dai tedeschi il regime di occupazione non fu soltanto molto duro, ma anche oneroso per i greci, cui fu imposto di sostenerne i costi. Ben presto nel Paese fu organizzata la deportazione degli ebrei, in conformità con l’ideologia nazista: la comunità di Salonicco, consistente in circa 50mila persone, fu praticamente cancellata. Tra i greci, oltre 400mila morirono di fame. Nel frattempo si erano andati formando vari movimenti di resistenza: primo fra tutti il Fronte di liberazione nazionale, con il suo braccio militare – l’Esercito nazional-popolare di liberazione (ELAS) – la cui leadership era prevalentemente comunista, così come lo era la componente principale del secondo, l’EAM. Tra gli altri movimenti non comunisti il più importante era la Lega nazionale repubblicana, con base nella Grecia nord-occidentale (EDES). Tra quest’ultima, ELAS ed EAM le rivalità si trasformarono spesso in confronto diretto. Ma nell’ottobre del 1944, Churchill e Stalin siglarono un accordo in base al quale l’Unione Sovietica avrebbe acconsentito al ripristino del controllo britannico sulla Grecia, a guerra terminata, in cambio del riconoscimento dell’egemonia russa in Romania. Gli inglesi favorirono inoltre la nomina di Georgios Papandreu a capo del governo in esilio, sia per il suo passato venizelista che per il suo anticomunismo militante. Quest’ultimo presiedette in Libano una conferenza per l’instaurazione di un governo di unità nazionale, che si insediò ad Atene il 18 ottobre del 1944, pochi giorni dopo il ritiro tedesco. Il Paese era in ginocchio: l’economia devastata dall’occupazione nazista, il sistema di comunicazioni arretrato, la flotta mercantile quasi completamente distrutta, l’inflazione galoppante, la scarsezza di viveri. Non solo: Papandreu si trovò a dover affrontare anche il problema del disarmo dei gruppi armati di resistenza, in particolare l’ELAS, che rifiutava di consegnare le armi. Un successivo scontro tra i suoi militanti e le forze di polizia fu fermato dall’intervento di Londra.

La guerra civile (1946-49)

Alla fine del 1945 il governo di Themistoklis Sephoulis, ottuagenario leader del Partito Liberale, indisse le elezioni per il 31 marzo del 1946. L’astensione della sinistra e di parte di esponenti del governo contribuirono alla vittoria della coalizione conservatrice guidata dal Partito popolare, capeggiato da Dino Tsaldaris.
La polarizzazione della situazione politica riportò sulle montagne i gruppi di resistenza comunisti, tra i quali ne emerse uno nuovo, l’Esercito democratico, capeggiato da Markos, ex leader dell’ELAS.
Intanto gli Stati Uniti subentrarono alla Gran Bretagna quale potenza “protettrice” della Grecia e nel marzo del 1947 il presidente Truman fece approvare un programma di sostegno a favore dei popoli “minacciati” da pericoli di sovversione interna. Decisione che di fatto aprì la strada ad un consistente afflusso in Grecia di
aiuti economici e militari americani.
Alla fine dell’estate del 1949 le truppe regolari comandate dal generale Papagos riuscirono a respingere la guerriglia dell’Esercito democratico entro i confini albanesi e in ottobre la leadership comunista del movimento dichiarò una temporanea cessazione delle ostilità.
La sconfitta della resistenza comunista dopo tre anni di guerra civile consentì alla Grecia di emergere alla fine della seconda guerra mondiale come l’unico Paese balcanico sottratto alla sfera di influenza sovietica e annesso al blocco occidentale.

Dagli anni Cinquanta alla dittatura militare (1967-74)

I primi governi del dopo guerra civile furono tutte coalizioni di centro-destra, inaugurate, nel 1952, dalla vittoria alle elezioni del Raggruppamento greco del generale Papagos. Mentre in politica interna rimasero in vita numerose leggi e misure repressive degli anni della guerra civile, in economia questi esecutivi cercarono soprattutto di ridare credibilità alla moneta, minata dalla forte iperinflazione degli anni del conflitto. Tra il 1961 e il 1980, una grossa fetta degli investimenti pubblici andò al settore edile, mentre alla fine degli anni Cinquanta si posero le basi di quell’industria turistica che oggi costituisce una delle voci più importanti dell’economia ellenica.
Nel 1952 sia la Grecia che la Turchia entrarono nella Nato. Poco dopo le relazioni tra i due nuovi membri peggiorarono, sia per alcuni violenti moti contro la minoranza greca di Istanbul (settembre 1955), che per il deteriorare della situazione di Cipro, dove alcuni settori della maggioranza greco-cipriota chiedevano l’enosis – l’unione – con la Grecia, mentre tra la minoranza turca (20 per cento) si diffondeva l’idea del taksim (partizione), fomentata dall’allora potenza coloniale inglese, contraria a concedere l’indipendenza chiesta dai greco-ciprioti.
Nel frattempo Papagos moriva e il re Paolo scelse come successore Konstantinos Karamanlis, ex ministro dei Lavori Pubblici, destinato a rimanere protagonista della politica greca per i successivi 35 anni. Dopo aver rinominato il Raggruppamento greco “Unione nazionale radicale”, Karamanlis indisse nuove elezioni per il febbraio 1956, le prime cui poterono partecipare anche le donne. Nelle elezioni di due anni dopo, il governo rimase scioccato dal successo della “Sinistra democratica unita”, il raggruppamento comunista, che emerse come il principale partito di opposizione.
Nel frattempo, nel 1959 Grecia e Turchia, con la mediazione di Gran Bretagna e Stati Uniti, raggiunsero l’accordo per l’indipendenza di Cipro, ottenuta nel 1960. Con Karamanlis Atene negoziò anche il proprio ingresso nella Comunità economica europea, che sarebbe diventato realtà nel 1981.

Nonostante questi successi, la situazione politica interna era tesa: in occasione delle elezioni del 1961 la sinistra, ma anche l’Unione di centro del liberale Georgios Papandreu, accusò il governo e i partiti di centro destra di gravi frodi elettorali, finalizzate a condizionare il processo democratico a favore della destra. La situazione peggiorò con l’assassinio, a Salonicco nel maggio del 1963, del deputato della Sinistra democratica unita Grigorios Lambrakis, i cui sicari, si scoprì più tardi, erano legati a settori delle forze
armate. Queste ultime avevano anche conquistato sostegni negli ambienti della monarchia, fatto che aveva alienato loro la simpatia di Karamanlis, al punto da convincerlo a dimettersi.

Dopo la sconfitta alle successive elezioni del 1963, vinte da Georgios Papandreu, Karamanlis lasciò il Paese esiliandosi in Francia. Ma anche il suo successore fu costretto ben presto a dimettersi, nel febbraio del 1964: nonostante avesse tentato di avviare la riconciliazione nazionale liberando alcuni prigionieri politici degli anni della guerra civile, nonostante importanti riforme introdotte nel sistema educativo, lo scoppio di nuovi disordini a Cipro e le preoccupazioni dell’oligarchia economica per la politica economica parzialmente inflazionistica contribuirono a determinarne la caduta. Anche perchè le forze armate guardavano con preoccupazione al figlio del premier, Andreas, ministro nel governo del padre e considerato troppo radicale.

Sul trono era intanto salito il 24enne Costantino, che respinse la proposta di Papandreu di prendere l’incarico della Difesa per tentare di arginare l’avanzata dei militari. Le dimissioni di Papandreu lasciarono il campo ad un governo di transizione che si dimostrò incapace di gestire il clima sempre più teso.

Il 21 aprile del 1967 un gruppo di giovani ufficiali mise a segno un colpo di stato che colse il mondo politico di sorpresa e per questo non incontrò quasi resistenza.
Il re, ignorando le proteste del premier Kanellopoulos, diede il suo avallo al nuovo governo, composto dai colonnelli Georgios Papadopoulos e Nikolaos Makarezos e dal brigadiere Stylianos Pattakos. La nuova giunta giustificò il proprio intervento evocando lo spettro di una imminente presa del potere da parte dei comunisti, ma in realtà esso era stato preparato soprattutto per scongiurare il ritorno al governo dell’Unione di centro e l’ascesa di Andreas Papandreu.
Il regime, che prese presto una svolta autoritaria, fu immediatamente molto impopolare, come dimostrò anche la partecipazione di massa ai funerali del vecchio Papandreu, morto nel novembre del 1968 dopo essere stato posto agli arresti domiciliari.
Le condanne provenienti dall’estero non si traducevano in azioni concrete contro la giunta e in particolare gli Stati Uniti venivano considerati dai greci come corresponsabili del golpe (ruolo parzialmente riconosciuto in questi ultimi anni dall’amministrazione americana).

Nel 1973 cominciano però ad apparire le prime crepe: l’inflazione era raddoppiata, a marzo gli studenti occuparono la facoltà di legge dell’università, un ammutinamento della marina dimostrò che anche all’interno delle forze armate cresceva l’ostilità nei confronti dei colonnelli. Le proteste studentesche crebbero di intensità, culminando, nel novembre del 1973, nell’occupazione del Politecnico di Atene, brutalmente repressa dai militari. Papadopoulos fu rovesciato dai falchi delle forze armate, guidati dal brigadiere Dimitrios Ioannidis, il capo della temuta polizia militare che decise di provare a conquistare il sostegno popolare adottando la linea dura a Cipro.
Quando il presidente cipriota Makarios chiese, nel luglio del 1974, l’allontanamento degli ufficiali greci e protestò contro la politica della giunta nell’isola, Ioannidis lanciò l’invasione di Cipro, cui la Turchia rispose il 20 luglio con l’invio di proprie truppe nella parte settentrionale. Il fallimento del tentativo di enosis e la successiva partizione dell’isola portarono alla caduta della giunta. Kostantinos Karamanlis, richiamato dall’esilio francese per presiedere il ritorno alla democrazia, giurò da primo ministro alle 4 del mattino del 24 luglio 1974.

 

LA NUOVA GRECIA

Dal 1974 ad oggi

La prima sfida che Karamanlis dovette affrontare fu quella di scongiurare un conflitto con la Turchia dopo il fallito golpe dei colonnelli e l’invasione militare ordinata da Ankara.
Sul fronte interno il premier legalizzò il partito comunista, approfittando del clima di solidarietà affermatosi tra i vari schieramenti politici ostili alla dittatura, quindi indisse per il mese di novembre le elezioni, da cui il partito di Karamanlis, ribattezzato Nuova Democrazia, uscÏ nettamente vincitore con il 54 per cento delle preferenze. In queste consultazioni fece per la prima volta il suo ingresso nella scena politica greca il Movimento socialista panellenico (Pasok) di Andreas Papandreu, che esordì con un buon 14 per cento e che sarebbe stato destinato a diventare ben presto protagonista della storia contemporanea del Paese.
Le elezioni furono seguite un mese dopo da un referendum sul futuro della monarchia, che ne uscì sconfitta contro l’opzione repubblicana.
La tensione con la Turchia in questi anni resta molto alta, e riguarda, oltre a Cipro, le rivendicazioni di Ankara su alcune isole dell’Egeo, le dispute sulle piattaforme continentali, i confini marittimi e lo spazio aereo. La conseguenze furono pesanti, soprattutto in economia, con l’investimento di risorse ingenti (in quegli anni un quinto del budget) nel settore militare e degli armamenti.
E’ anche per questo che Karamanlis cerca con convinzione di accelerare il processo di adesione della Grecia alla Comunità economica europea, un risultato che ottenne tre anni prima del previsto, nel 1981.
Intanto il Pasok si andava affermando come il principale partito di opposizione, che già alle elezioni del 1977 era riuscito ad ottenere il 25 per cento dei voti. In quelle successive dell’ottobre 1981 il partito di Papandreu, ponendo l’accento sull'”allaghì”, il cambiamento, ottenne il 48 per cento delle preferenze, trasformatosi in Parlamento, grazie al premio di maggioranza, in 172 seggi su 300.
In politica interna vennero introdotte numerose riforme che modernizzarono il volto del Paese: venne creato lo stato sociale, crebbe la presenza femminile, fu avviata la riforma dell’educazione. All’estero, mentre si consolidò la vocazione europeista del Paese, il socialismo di Papandreu sposò talvolta posizioni terzomondiste e sostenne le rivendicazioni dei palestinesi in Medio Oriente, ma non riuscì a migliorare le
relazioni con la Turchia. Lo stato dei rapporti con il vicino toccò altri momenti di tensione, culminati nel 1983 con la proclamazione unilaterale della “Repubblica turca di Cipro del Nord”, tuttora non riconosciuta dalla comunità internazionale.
Dopo le elezioni del 1985, che lo riconfermarono al potere, il Pasok introdusse in economia un programma di austerità finalizzato a ridurre il debito estero e il deficit pubblico, aumentando le entrate e tagliando la spesa pubblica. Misure che portarono ad un serie di scioperi e proteste, culminati con significativi passi avanti dell’opposizione – nel frattempo guidata da Konstantinos Mitsotakis – alle elezioni amministrative dell’ottobre 1986.
Dopo un intervento chirurgico al cuore in un ospedale di Londra e l’annuncio del divorzio dalla moglie, Papandreu tornò in Grecia in un clima infuocato da un grosso scandalo finanziario di cui il protagonista, George Koskotas, accusò anche la leadership socialista. Dalle elezioni del giugno 1989 emerse un governo di transizione guidato dal leader conservatore Mitsotakis e composto da un’inedita alleanza tra Nuova Democrazia e il Synaspismos, l’Alleanza della Sinistra e del Progresso. Mentre l’esecutivo diede il via ai lavori di alcune commissioni parlamentari nominate per far luce sugli scandali finanziari che avevano coinvolto il precedente governo, nel novembre del 1989 si tennero nuove consultazioni generali, caratterizzate tra l’altro dalla discesa in campo a favore di Nuova Democrazia del celebre compositore di sinistra, Mikis Theodorakis. I risultati non assegnarono una netta vittoria ad alcuno dei due partiti, anche se il dato sorprendente fu la sensibile crescita del Pasok nonostante l’ombra degli scandali. Si formò un governo di unità nazionale guidato da Xenophon Zolotas, 85enne ex governatore della Banca di Grecia, che resse il Paese fino alle successive elezioni dell’aprile 1990, vinte da Mitsotakis.

L’esecutivo conservatore guidò la Grecia fino all’ottobre 1993, quando Andreas Papandreu tornò al potere. La sua salute però peggiorò progressivamente, fino alla morte, avvenuta nel giugno del 1996. Gli successe Kostas Simitis, esponente della nuova guardia del partito, un politico pragmatico formatosi in Germania, che si guadagnò prima il sostegno del partito al Congresso del dopo Papandreu e poi quello dell’elettorato. E’ stato riconfermato alle elezioni dell’aprile 2000.
Nei poco più di quattro anni di governo, Simitis ha cambiato radicalmente il volto del Paese, lavorando soprattutto al suo risanamento economico e al risultato più importante ad esso collegato, l’adesione di Atene all’Unione monetaria europea (gennaio del 2001). Sul fronte internazionale, sotto la guida del ministro degli Esteri George Papandreu, il 1999 e il 2000 sono passati alla storia come gli anni della svolta
nei rapporti con la Turchia: la solidarietà scatenatasi tra i due paesi in occasione dei due terremoti che li hanno colpiti nell’estate del 1999 e la firma di alcuni accordi di cooperazione hanno portato, alla fine dello stesso anno, all’accettazione della candidatura di Ankara all’Unione europea, dopo che anche Atene ha deciso di togliere il suo veto. Sempre sul fronte internazionale, in questi ultimi anni la Grecia ha potuto sfruttare il miglioramento delle sue condizioni economiche e il rafforzamento del suo ruolo politico per rilanciare la sua presenza nell’area balcanica.

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