C’è un monastero, nella pancia più recondita della Grecia che, per fattezze e atmosfera, ricorda quell’aria rarefatta e mistica che si respira solo ad Assisi: è Proussos, nella zona della Stereas Ellada dove, in una grotta, è stata trovata da alcuni pastori una splendida icona, attribuita all’evangelista Luca

Il sito, datato 835 DC, è assolutamente peculiare perché situato tra le montagne Kaliakouda e Chelidona, a mezz’ora di auto dal caratteristico centro sciistico di Karpenisi. Lì il Monastero di Panagia Prousiotissa è dedicato alla Dormizione della Vergine ed è uno dei pochi monasteri sopravvissuti nella regione dell’Evrytania.

È anche uno dei pellegrinaggi greci più ricercati, perché l’icona della Vergine Maria è considerata molto miracolosa e si osservano all’ingresso voti e foglietti dove scrivere intenzioni o richieste. 

La sua festa si tiene proprio in questi giorni, in concomitanza con una settimana di forte caldo in tutta la Grecia: qui invece la temperatura esterna non viene praticamente percepita da chi si accosta a questo luogo con uno spirito meditativo.

E’ l’anima e la mente che lavorano, assieme, sin da quando si lascia l’auto nel parcheggio ai piedi della torre dell’orologio, dopo una discesa proibitiva e una serie di tornanti che ricordano i canyon americani.

All’ingresso si è subito rapiti dal suono proveniente da un megafono posizionato in alto: recita gli esperinos, canti di preghiera, che accolgono i pellegrini. 

Entro così in una specie di chiostro, animato dal colore bianco e dal marroncino dei mattoni, con in bella vista il simbolo bizantino con la caratteristica aquila bicipite: ovvero due teste separate fin dal collo e rivolte una verso destra ed una verso sinistra. Le bandierine gialle che raffigurano la Chiesa Ortodossa ricordano dove siamo. 

Dinanzi a me una fila silenziosa, composta da diverse figure: chi soffre, chi spera, chi cerca, chi ringrazia e chi si interroga. In comune hanno la meta: entriamo nella chiesetta, costruita in una grotta. Banditi un abbigliamento poco consono e gli animali: il rispetto si riconosce qui anche dalla forma e non è un male. 

Cerco tra le icone di alcuni santi, tipiche di questi monasteri e trovo, come in ogni chiesa greca, quella di San Nicola, patrono della mia Bari, che non manca mai a queste latitudini. 

E’arrivato il mio turno: dopo due scalini entro nella minuscola cappella dove trionfa dinanzi a me l’icona della Vergine. Splende, mi guarda, con la sua bocca piccola che tanti significati ha e con in braccio il Bambino. 

Molti si inginocchiano, c’è chi piange, chi bacia l’icona, chi resta immobile provando ad aspettare una risposta, un alito di fiducia, o una consolazione. 

Sulla strada del ritorno, sul pendio della collina, si può vedere il “Typoma”, un buco nella montagna, che secondo la tradizione fu aperto dalla Vergine Maria, nel suo cammino verso Proussos. 

Chiudo gli occhi e penso che bisogna fermarsi per capire. E poco lo facciamo, ormai. Ma da qui non viene proprio voglia di andar via.

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